Lite sul simbolo della DC: la battaglia dei “denoantri”
Il Fatto Quotidiano ha recentemente riportato un’inchiesta condotta dal programma di Sigfrido Ranucci che ha messo in luce le dispute intorno al simbolo della Democrazia Cristiana. Queste controversie non riguardano solo la gestione del vasto patrimonio immobiliare della DC, ma si concentrano anche sulle bizzarre lotte intestine tra vari presunti eredi del celebre partito politico italiano del secondo dopoguerra. Tra questi personaggi si trovano figure poco note e altre più famose, come Gianfranco Rotondi e Totò Cuffaro, quest’ultimo da poco riabilitato dopo aver scontato la pena per il coinvolgimento esterno in un’associazione mafiosa.
La contesa
Ogni fazione reclama con tenacia il titolo di unico erede della DC, esigendo esclusività nell’uso del nome e del simbolo. Tuttavia, tutti hanno ricevuto una risposta negativa dai tribunali: nessuno ha il diritto legittimo di fregiarsi di tale eredità, se non il Partito Popolare, emerso dalle ceneri del periodo di Mani Pulite e successivamente trasformatosi nella Margherita, prima di fondersi con i DS nel Partito Democratico. Questa serie di “micro-partitini” che si contendono il medesimo nome e simbolo, come lo Scudo Crociato, rappresenta un curioso spettacolo di litigi e rivendicazioni, con esiti legali che hanno messo fine alle loro pretese.
Nostalgia per la Prima Repubblica
Mentre osservo queste vicende con più divertimento che perplessità, mi assale una malinconia per la Prima Repubblica e il sistema proporzionale. In particolare, ricordo con rimpianto un personaggio legato alla DC nel pentapartito, l’onorevole Filippo Caria, esponente socialdemocratico. In un momento di euforia, Caria esclamò un giorno: “Compagni, alle elezioni provinciali di Caserta il Psdi è passato da due a tre consiglieri: la socialdemocrazia avanza e conquista il mondo!”. Questo aneddoto mi riporta alla mente la fugacità del successo e della gloria terrena, evidenziando quanto effimera possa essere la grandezza umana.
